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Martina Corradi © Urboeffimero

Testo di Fabrizio Razzauti

In Urboeffimero di Martina Corradi la città non è fuori, ma dentro: un intreccio di luci e ombre che si proiettano sul muro come architetture incerte, in continuo mutamento. Le linee verticali e orizzontali ricordano impalcature, griglie, telai di qualcosa che si sta costruendo mentre già comincia a dissolversi. Al centro, quasi timida, la sagoma dell’autrice: un’ombra che non domina la scena, ma la attraversa. È presenza e assenza allo stesso tempo, come se abitasse una città che non si lascia mai afferrare del tutto. La figura resta tra il voler essere e il rischio di svanire, tra il tentativo di permanere e la naturale inclinazione a perdersi come attratta dal bordo vertiginoso delle cose (cit). Qui le macerie non sono materiali: sono le fragilità che compongono l’identità, gli strati che si sovrappongono, si cancellano, tornano a emergere. L’immagine suggerisce che ognuno porta con sé una città interiore fatta di edifici provvisori, di crolli spesso silenziosi e di ricostruzioni quotidiane. La luce, tagliente e mobile, diventa l’unico vero architetto: crea, distrugge, reinventa lo spazio a ogni istante ed è in questo effimero che si rivela l’oltre: non un luogo concluso, ma un processo. Un continuo cambiamento. Una fotografia che racconta la città che siamo: instabile, vulnerabile, ma capace di ricominciare infinite volte.

Alessandro Ciapini © Binario sospeso

Testo di Fabrizio Razzauti

In Binario sospeso Alessandro Ciapini concentra tutto in un punto di luce: un uomo solo, seduto su una panchina di stazione, come se il tempo attorno avesse smesso di scorrere. Il resto è quasi buio totale, una grande architettura imprigionata in un soffocante taglio quadrato, lasciando solo un’isola di esistenza in mezzo al niente. La scena è sospesa, appunto: non sappiamo se l’uomo stia aspettando un treno, un ritorno, o semplicemente un varco per ripartire da sé. È una solitudine che non fa rumore, ma pesa. Le geometrie dure dei binari e dei pilastri sembrano trattenerlo, mentre quel piccolo rettangolo di luce alle sue spalle suggerisce una direzione possibile, un “oltre” appena accennato. La fotografia parla delle nostre soste forzate, dei momenti in cui qualcosa si è rotto dentro  e restiamo lì, in equilibrio, tra un prima che non torna e un dopo che non arriva ancora. Ciapini non offre soluzioni: registra un frammento di sospensione e lo lascia respirare. È in questo respiro, fragile e umano, che si intravede il senso del viaggio oltre le macerie.

Daria Capanna © Hanno arrestato anche l’inverno

Testo di Fabrizio Razzauti

Nella fotografia di Daria Capanna lo spazio è chiuso e ridotto: un cortile spoglio, pareti alte, cemento che si ripete senza scampo. La luce entra di taglio, ma non libera; disegna piuttosto nuove grate, nuove linee di contenimento. È un luogo che non concede vie d’uscita, un recinto mentale ancor prima che fisico. L’inverno “arrestato”, come nella canzone di Ciampi, sembra essersi congelato qui dentro, incapace di trasformarsi in altro. Tutto rimane in immobile, come se il tempo avesse rinunciato a scorrere. Eppure, proprio nella rigidità di queste linee verticali e orizzontali, si intravede la frattura. La luce insiste, sfiora il muro, apre una diagonale che rompe la simmetria. Non salva, ma rompe qualcosa. È un’immagine che parla di prigioni visibili e invisibili, dei recinti interiori che ci portiamo dietro e dell’oltre che a volte non appare come uscita, ma come semplice possibilità: un varco disegnato dalla luce, tenue e provvisorio, che ci ricorda che l’inverno, prima o poi, deve pur finire.

Elisa Bresciani © Ginestra

Testo di Fabrizio Razzauti

La fotografia di Elisa Bresciani sembra nascere da un luogo al limite del respiro. La figura, raccolta sotto l’acqua, non offre il volto: resta un corpo in appoggio, in tensione trattenuta tra le mani e il vetro appannato. Il vapore addolcisce i contorni, ma non attenua il peso del gesto. È una posa che conosciamo tutti, il momento in cui qualcosa cede, o semplicemente chiede tregua. Qui l’acqua non è solo ambiente: diventa un dolce detergente che scorre sulle “macerie” interiori, una forma primitiva di purificazione che non risolverà, ma alleggerisce. La luce compatta scioglie il corpo nello spazio; sembra quasi che l’acqua lo stia ridisegnando, centimetro dopo centimetro. È in questa riscrittura lenta, quasi invisibile, che affiora l’oltre: un ritorno graduale a una possibilità di sé. La fotografia resta lì, fragile e umana, come un momento di verità quotidiana in cui le ferite vengono lavate per un nuovo futuro.

Roberto Besana © Un futuro da evitare

Testo di Fabrizio Razzauti

In questa fotografia di Roberto Besana la parete diventa un paesaggio possibile: la linea scura che separa le due superfici potrebbe essere l’orizzonte di una città ridotta a degrado, un agglomerato di rovine che emerge da un terreno arido. È quella «pareidolia» citata da Nello Rossi: un miraggio di civiltà sopravvissuta a sé stessa. In basso, la piantina che spunta dal muro è un piccolo gesto, ma decisivo. Un’apparizione fragile che sembra resistere nonostante tutto, come ciò che rimane della natura soffocata dall’incuria e dalla presunzione umana. Non è un simbolo consolatorio: è un segnale. La fotografia, usata democraticamente, può davvero diventare ciò che Rossi indica: un linguaggio diretto, capace di ricordarci cosa rischiamo di perdere, e di richiamarci alle nostre responsabilità prima che il futuro distopico, solo suggerito, prenda forma. Besana con l’eleganza del minimalismo mostra un muro. Mostra qualche filo d’erba che resiste e nel silenzio, paradossalmente, parla chiarissimo.

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