di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
Nella fotografia di Anna Bernardoni lo sguardo è attirato dal muro: scuro, consumato, quasi una superficie che ha perso la memoria dei propri colori. È una parete che porta addosso il peso del tempo, una maceria che non è crollata ma continua a reggere con costanza, ciò che le sta sopra. Eppure nel punto più inatteso qualcosa cresce. Un piccolo pino, una pianta tenace che si fa spazio in una fessura di cemento, come se bastasse un niente, un granello di terra e un filo di luce per tentare comunque la vita. È un gesto minimo ma determinante: la natura che insiste anche quando le condizioni sembrano negate. In alto, il cielo è un teatro inquieto: nubi dense, luce che filtra a fatica, un sole pallido. A destra, i balconi geometrici di un edificio contemporaneo tagliano la scena, portando dentro l’immagine un’altra idea di crescita: quella lineare, razionale, verticale. Il dialogo tra questi elementi è ciò che rende la foto così forte. Da un lato il muro che trattiene il passato, dall’altro una pianta che tenta il futuro, e in mezzo un cielo che non decide se aprirsi o richiudersi. È qui che si colloca l’oltr”: non in un gesto eclatante, ma nella tenacia di radici minuscole che scelgono comunque di esserci. Una piccola vita che, contro ogni logica, tiene insieme ciò che il tempo vorrebbe separare.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
In questa fotografia di Roberto Besana la parete diventa un paesaggio possibile: la linea scura che separa le due superfici potrebbe essere l’orizzonte di una città ridotta a degrado, un agglomerato di rovine che emerge da un terreno arido. È quella «pareidolia» citata da Nello Rossi: un miraggio di civiltà sopravvissuta a sé stessa. In basso, la piantina che spunta dal muro è un piccolo gesto, ma decisivo. Un’apparizione fragile che sembra resistere nonostante tutto, come ciò che rimane della natura soffocata dall’incuria e dalla presunzione umana. Non è un simbolo consolatorio: è un segnale. La fotografia, usata democraticamente, può davvero diventare ciò che Rossi indica: un linguaggio diretto, capace di ricordarci cosa rischiamo di perdere, e di richiamarci alle nostre responsabilità prima che il futuro distopico, solo suggerito, prenda forma. Besana con l’eleganza del minimalismo mostra un muro. Mostra qualche filo d’erba che resiste e nel silenzio, paradossalmente, parla chiarissimo.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
Nella fotografia di Massimiliano Cozza il muro di cemento, severo e compatto, sembra inizialmente negare ogni possibilità di vita. È una superficie che porta addosso le caratteristiche della costruzione umana: rigida, spoglia, impermeabile, eppure, proprio su questa parete apparentemente impenetrabile, la natura ha trovato un modo per scrivere i suoi grafismi. I rami della pianta si arrampicano come vene, come mappe di un territorio segreto. Disegnano traiettorie che ricordano fili nervosi, reti sotterranee, pensieri che si intrecciano. Dal basso, la vegetazione insiste: avanza lenta, paziente, invisibile nel suo lavoro quotidiano di riconquista. Il contrasto tra la geometria della scala e l’organicità dei rami produce un contrasto che è il cuore dell’immagine: il tentativo della vita di infiltrarsi in ogni fessura, anche là dove sembrava impossibile. Non c’è nulla di eclatante in questa rinascita, ma proprio per questo è più forte. Oltre le superfici, oltre il cemento, oltre ciò che crediamo definitivo, la natura continua a tracciare nuove forme e ci ricorda che la rinascita, spesso, comincia così: da un ramo che tenta la scalata contro un muro.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
La fotografia di Roberta Di Battista è un piccolo corto circuito visivo: il grido di una bambina che sembra incastrarsi perfettamente nella crepa del muro, come se la voce e la ferita si riconoscessero. È un’immagine che unisce gioco e denuncia, leggerezza e responsabilità. La scena è simbolica: la bimba non sta solo urlando, sta dando voce a qualcosa che il luogo non riesce più a dire. Le pareti consunte, la crepa che corre come un battito irregolare, raccontano lo spopolamento silenzioso dei sentimenti: un’assenza che cresce piano, senza clamore, ma lascia dietro di sé una scia di vuoto. L’urlo allora diventa appello. Non rabbia, non dolore: un tentativo di rimettere in circolo un suono laddove il silenzio ha preso il sopravvento. È il gesto di una generazione che chiede ascolto. In questo senso, la crepa non è solo una ferita: è un varco. Un punto da cui può ripartire qualcosa, se qualcuno avrà la pazienza di fermarsi e sentire. Oltre le macerie, reali o metaforiche, resta sempre un grido possibile. E qui, finalmente, lo sentiamo vedendolo.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

FOTOGRAFIA CON MENZIONE SPECIALE EXTRA FACTORY
Testo di Fabrizio Razzauti
La fotografia di Loretta Galli è poesia. Le tre colonne di cemento si ergono come resti di un’industria estinta, monumenti inattivi che sembrano ancora trattenere il respiro pesante del passato. Le nuvole, allineate come sbuffi di fumo, completano l’illusione: è come se l’edificio continuasse a lavorare anche dopo la propria fine, producendo non più materia, ma memoria. Eppure, sulla sommità, laddove nessuno si aspetterebbe vita, un albero cresce. Una presenza minuta, quasi timida, che però ribalta l’intera lettura dell’immagine. Diventa un simbolo di resistenza, una dichiarazione semplice: “io vivo”. In questo binomio tra morte e rinascita, tra struttura e organismo, l’albero diventa allora un simbolo del Sé che si afferma anche nelle condizioni più avverse, spingendo radici dove la ragione direbbe che non c’è futuro. C’è, inoltre, un richiamo fotografico: il rigore della composizione ricordano le solitudini urbane di Bernd e Hilla Becher, pur rovesciate. Qui non è l’uomo a catalogare le rovine dell’industria: è la natura che le ricolloca, che le trasforma in terreno di germinazione. Oltre le macerie, dunque, non c’è solo sopravvivenza: c’è un affermarsi che procede per ostinazione e grazia. Un piccolo albero che, da solo, ridisegna il paesaggio.