di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
In Urboeffimero di Martina Corradi la città non è fuori, ma dentro: un intreccio di luci e ombre che si proiettano sul muro come architetture incerte, in continuo mutamento. Le linee verticali e orizzontali ricordano impalcature, griglie, telai di qualcosa che si sta costruendo mentre già comincia a dissolversi. Al centro, quasi timida, la sagoma dell’autrice: un’ombra che non domina la scena, ma la attraversa. È presenza e assenza allo stesso tempo, come se abitasse una città che non si lascia mai afferrare del tutto. La figura resta tra il voler essere e il rischio di svanire, tra il tentativo di permanere e la naturale inclinazione a perdersi come attratta dal bordo vertiginoso delle cose (cit). Qui le macerie non sono materiali: sono le fragilità che compongono l’identità, gli strati che si sovrappongono, si cancellano, tornano a emergere. L’immagine suggerisce che ognuno porta con sé una città interiore fatta di edifici provvisori, di crolli spesso silenziosi e di ricostruzioni quotidiane. La luce, tagliente e mobile, diventa l’unico vero architetto: crea, distrugge, reinventa lo spazio a ogni istante ed è in questo effimero che si rivela l’oltre: non un luogo concluso, ma un processo. Un continuo cambiamento. Una fotografia che racconta la città che siamo: instabile, vulnerabile, ma capace di ricominciare infinite volte.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
In Il respiro di Martina Corradi il volto che affiora dalla schiuma non è solo il corpo di un giovanissimo ragazzo immerso nell’acqua: è un confine. L’acqua copre quasi tutto, lascia emergere appena la bocca socchiusa, lo sguardo in bilico tra abbandono e concentrazione. È un istante trattenuto, come il momento esatto in cui il respiro decide se uscire o rientrare. Qui le “macerie” non sono fisiche: sono quelle piccole, intime, della crescita. Le paure prime, le fragilità precoci, i piccoli crolli che accompagnano ogni passaggio verso un sé nuovo. L’acqua diventa allora una membrana protettiva, una scena dove il ragazzo sperimenta un territorio tra gioco e vulnerabilità. Il riferimento al cinema affiora naturalmente. C’è qualcosa della tensione hitchcockiana in questa immagine così quieta e al tempo stesso perturbante: non c’è pericolo reale, eppure lo sguardo è in allerta. L’acqua lattiginosa che inghiotte il volto ricorda quei momenti del maestro del brivido in cui la normalità si incrina senza rumore, lasciando intravedere un’ombra sotto la superficie. Da questa sospensione emerge la forza del tema: oltre le macerie è anche imparare a respirare di nuovo, a riemergere. La schiuma non soffoca, protegge. Il volto non affonda, ma torna alla luce. Un’immagine che mette in scena il passaggio: un respiro che si salva da sé.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
In Monstrum di Sara La Valle l’occhio inciampa subito in quel dettaglio impossibile: un orsacchiotto appeso, sospeso a mezz’aria tra le arcate vuote di un palazzo incompiuto. Il cemento grezzo, abbandonato da anni, sembra inghiottire tutto, eppure nel punto più inatteso, resiste un frammento di infanzia, una traccia di calore che non dovrebbe esserci. Il contrasto è forte. Da una parte la carcassa architettonica, un mostro di calcestruzzo che non ha mai conosciuto il compimento; dall’altra un piccolo corpo di stoffa, fragile e ostinato, che diventa, paradossalmente, l’unico vero elemento «portante» dell’immagine. Un contrasto che non consola, ma inquieta. È come se l’edificio, svuotato di ogni scopo, custodisse il suo ultimo residuo di umanità proprio in quell’oggetto infantile, lasciato lì da qualcuno o dal caso. Una presenza che non spiega nulla ma racconta molto: un mostro e insieme una meraviglia. Un’apparizione che ci chiede di non distogliere lo sguardo.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
In questa fotografia di Francesco Luongo lo sguardo vaga nel disordine feroce della scena: muri sventrati, acqua stagnante, detriti ovunque, graffi di vernice che non gridano protesta ma abbandono. È un luogo dove tutto sembra frantumato, dove non esiste più una direzione chiara. Da questa confusione, da questo accumulo di rovine e riflessi distorti, che emerge la figura inattesa della volpe. Sta lì, ferma, attenta, come se fosse l’unico elemento ancora integro dentro il caos. La natura che torna a reclamare spazio tra ciò che l’uomo ha distrutto. La volpe porta con sé anche un’altra lettura, più amara: è l’emblema dell’astuzia che prospera dove tutto è crollato, della capacità di adattarsi alle macerie e perfino di trarne vantaggio. Una presenza elegante e inquietante al tempo stesso, quasi una metafora dei «furbi» che si aggirano tra resti e vuoti lasciati da altri, pronti a occupare ciò che resta, eppure, nel suo sguardo diretto, vigile ci pone una domanda. In questo scenario dove l’umano ha fallito, chi è davvero fuori posto? Lei, creatura che segue gli istinti, o noi, che lasciamo dietro di noi rovine che altri, più rapidi, imparano a usare? La fotografia non offre risposta, ma ci costringe a restare dentro questa ambiguità: tra macerie e opportunismi, tra sopravvivenza e responsabilità, tra ciò che ritorna e ciò che non dovrebbe più accadere.
di Extra Arts & Culture | 9, Dic 2025 | in-Ciampi di fotografia 2025

Testo di Fabrizio Razzauti
Nella fotografia di Roberto Menardo l’equilibrio non è un esercizio di virtuosismo, ma un simbolo della vita. La figura avanza sul cavo con passo misurato, sostenuta dal lungo palo che è insieme appoggio, ancora, compromesso momentaneo. Non vediamo il volto: vediamo solo il corpo che tenta di restare in asse, come se l’intero mondo fosse ridotto a questa linea tesa nell’aria. Ai margini, quasi nascosti, appaiono i disegni esili di figure. Richiamano quei rapporti sospesi, delicati e spesso sbilanciati che Ciampi cantava con sincerità spietata: l’uomo e la donna come equilibristi incerti, ognuno in bilico tra bisogno e distanza, tra slancio e caduta. La scena è spogliata di tutto, ridotta all’essenziale: un corpo che avanza, due ombre che lo accompagnano, e una corda che non garantisce nulla se non il rischio ed è in questa precarietà che andiamo oltre. Una fotografia che ricorda la fatica di andare avanti e stare in piedi, insieme o da soli, quando il terreno sotto non esiste più.