0586 1837847 info@extrafactory.it
Seleziona una pagina

IN-CIAMPI DI FOTOGRAFIA 2025

 

 

In collaborazione con il Premio Ciampi – Città di Livorno

Dopo il successo della prima edizione, Extra Factory rinnova la collaborazione con il Premio Ciampi e lancia la nuova edizione del concorso fotografico IN-CIAMPI DI FOTOGRAFIA, dedicato a chi vuole esplorare, con lo sguardo e con la sensibilità, l’universo poetico e umano di Piero Ciampi.

  Tema 2025: «Oltre le macerie»

Un titolo che è anche un invito.
A guardare cosa resta — e cosa può rinascere — dopo ogni crollo.
A cercare una via possibile tra dolore e speranza, disillusione e rinascita.
Nel mondo che ci circonda, attraversato da crisi, guerre, fratture e silenzi, la fotografia può ancora farsi parola e cura.

Le “macerie” non sono solo muri abbattuti, ma anche interiorità ferite, solitudini, paure.
Proprio come nella poetica di Ciampi, in bilico tra caduta e riscatto, smarrimento e libertà, il concorso invita a costruire immagini che denunciano, ma anche immaginano un oltre.

  Spunti per la tua ricerca fotografica

  • Tracce urbane: luoghi dimenticati, muri, periferie che raccontano memoria e rinascita.

  • Intimità e relazioni: corpi, gesti, sguardi che resistono “oltre le macerie” emotive.

  • Poetica dell’imperfetto: crepe, segni del tempo, bellezza fragile e resiliente.

  • Visioni simboliche: metafore visive tra distruzione e speranza.

  • Attualità: guerre, migrazioni, ambiente, diritti: ma anche gesti di resistenza e luce quotidiana.

  Cosa ti aspetta

  • Mostra collettiva finale negli spazi di Extra Factory (Livorno) dal 12 al 24 dicembre 2025, con le 20 opere finaliste.

  • Pubblicazione su catalogo e visibilità attraverso i canali web e social di Extra Factory e Premio Ciampi (12-13-14 dicembre 2025).

  • Premio in denaro di 500 € per l’autore o l’autrice vincitrice.

  • Le opere selezionate saranno inserite nella statistica generale di «Gravitat – Spazio Aperto della Fotografia» di Extra Factory ( gravitat.it ). 

(Nella scorsa edizione,  fotografi da tutta Italia hanno partecipato al concorso, e la mostra delle opere finaliste ha riempito Extra Factory di incontri  e storie indimenticabili)

 

  FINALISTI EDIZIONE 2025  (aggiornato al 28.11)

Extra Factory, in collaborazione con il Premio Ciampi– Città di Livorno, è lieta di annunciare i finalisti dell’edizione 2025 di IN-CIAMPI di Fotografia.
Le numerose candidature ricevute hanno offerto interpretazioni profonde e personali sul tema «Oltre le macerie», tra narrazione poetica, sguardo sociale e ricerca interiore.
La giuria, composta da Elena Bacchi, Alessandro Fruzzetti e Riccardo Bargellini, con il coordinamento di Fabrizio Razzauti, ha selezionato le 20 fotografie in mostra e 19 autori finalisti, elencati in ordine alfabetico:
Giancarlo Ballo, Anna Bernardoni, Roberto Besana, Elisa Bresciani, Daria Capanna, Alessandro Ciapini, Martina Corradi, Massimiliano Cozza, Roberta Di Battista, Loretta Galli, Sara La Valle, Francesco Luongo, Jacopo Mencacci, Roberto Menardo, Patrizia Mori, Luisa Montagna, Francesca Palagi, Gregorio Tommaseo, Federica Troisi.
Tutte le immagini finaliste verranno inoltre pubblicate nel catalogo cartaceo ufficiale dell’edizione 2025 ed inserite nelle statistiche annuali di Gravitat – Spazio Aperto della Fotografia, contribuendo alla mappatura del panorama fotografico contemporaneo della galleria.
La giuria — che ringraziamo infinitamente per disponibilità, collaborazione e impegno — individuerà nei prossimi giorni il vincitore assoluto, che riceverà un premio di 500 euro.
Il nome sarà annunciato venerdì 12 dicembre, durante l’inaugurazione della mostra.
Ringraziamo tutti per la qualità, la maturità e la sensibilità delle immagini condivise. Ad maiora.
La fotografia, ancora una volta, si conferma linguaggio immediato e attuale per raccontare il presente e immaginare il futuro.

  Commissione 2025

  Elena Bacchi
Si avvicina alla fotografia nel 2007, entrando a far parte del circolo C.R.e.C Pontedera Fotografia e della FIAF, dove oggi ricopre il ruolo di vicepresidente.
Ha partecipato a concorsi, workshop e mostre personali e collettive in Italia e all’estero, svolgendo anche attività di giurata e lettore portfolio.
Nel corso della sua attività ha ricevuto le onorificenze AFI (2020), BFI (2023) e EFIAF (2024).

  Riccardo Bargellini
(Livorno, 1966) Artista relazionale e comunicatore visivo. Conduce dal 1999 l’Atelier Blu Cammello, progetto espressivo rivolto ad alcuni utenti del Dipartimento di Salute Mentale Adulti di Livorno.
Dal 2000 dirige la sezione dedicata alle arti visive del Premio Ciampi – L’altrarte e dal 2007 è coordinatore artistico della cooperativa sociale Brikke Brakke.
Nel 2010 fonda la casa editrice Valigie Rosse, attiva nel campo della poesia e della cultura visiva.

  Alessandro Fruzzetti
(Pisa, 1971) Si avvicina alla fotografia nel 2012, dopo un percorso nelle arti visive. La sua ricerca si caratterizza per un uso sperimentale dei mezzi e per interventi materici sulle stampe.
È stato finalista in diverse edizioni di Portfolio Italia (2016–2022).
Nel 2019 è Autore dell’anno FIAF Toscana e ottiene l’onorificenza AFI; nel 2023 riceve l’onorificenza IFI.
Nel 2021 è Testimonial Fuji per il progetto nazionale Ambiente Clima Futuro.
Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui Palazzo Ducale di Sabbioneta, Movimento Aperto (Napoli), CIFA (Bibbiena), Villa Prinz (Trieste), Etna Photo Meeting (Catania) e Project Gallery (Atene).

 

 

>> IL CATALOGO CARTACEO DELLA PRIMA EDIZIONE

«La testa, femmina, si volta. E non vede che l’uomo» © Paolo De Falco

Poesia di Nella Tarantino

 

L’inizio (e la fine) del mondo

Sublime, atroce, la sera ti scoprì

alla fine del tempo, all’inizio del mondo.

Sorge il paesaggio già affaticato

e stanco si confonde

e cancella sull’uniforme imprimitura della tela

un cielo di stelle spente.

Naufragio del tempo, tronco di pietra,

tu, solo, perduto disperato,

tu solo devastato

la testa tra le mani.

Inizia il mondo e dentro te finisce.

Desiderio di ripartire di risvegliarsi

di ricominciare, ma sai perfettamente

che non c’è più niente da fare

perché l’assenza è mortale,

l’assedio è un vuoto impossibile da navigare.

Nuvole di sabbia e polvere sporcano l’inquadratura,

confondono la tua figura. 

Cenere e fango, materia scura.

Sommerso si perde tra nuvole di sabbia e polvere

l’amore perduto d’un uomo randagio

eroico prigioniero d’un cielo di stelle spente. 

«Hanno distrutto le tue speranze» © Nelita Specchierla

Testo di Fabrizio Razzauti

Una donna con un’espressione triste e pensierosa, avvolta in un maglione spesso ripresa in un momento di profonda introspezione e malinconia, con capelli scompigliati che incorniciano il viso serioso. L’atmosfera generale è cupa, accentuata dalla scelta del bianco e nero, che enfatizza le ombre e i contrasti, conferendo all’immagine un senso di drammaticità e intensità emotiva. La composizione e l’uso della luce accentuano l’essenza della vulnerabilità umana con grande sensibilità e dignità.

Testo di Barbara Pierro

L’Oblio delle Speranze: Una Cronaca del Silenzio
“Hanno distrutto le tue speranze” — e in quell’affermazione, così assoluta, si apre un abisso che risuona come un gong che spezza il silenzio. Le parole cadono pesanti, come pietre scagliate in uno stagno immobile, creando cerchi che si allargano fino a dissolversi nei confini del non detto. È il lamento di un’umanità ferita, il grido soffocato di sogni che si sgretolano sotto il peso del disincanto, e il sussurro di promesse infrante che si perdono nelle pieghe di un tempo che non perdona.
Cosa resta, quando le speranze vengono distrutte? Resta il vuoto, certo, ma un vuoto che pulsa, che geme, che rifiuta di essere ignorato. È un vuoto abitato, un’assenza che brucia come una ferita aperta nel tessuto dell’anima. Sono le aspettative che si ripiegano su se stesse, come ali spezzate di un uccello che non vedrà mai il cielo. È la luce che si spegne in uno sguardo, il tremore di una mano che non trova più nulla da afferrare, il respiro trattenuto di chi ha già rinunciato a sperare.Eppure, in questa rovina c’è una dignità feroce, un’ostinata resistenza alla resa totale. È il canto funebre delle speranze, che non si lasciano dissolvere senza lottare, senza lasciare una scia di luce fioca in un angolo della coscienza. È la memoria del desiderio, che persiste come un’ombra lunga al tramonto, un’eco che si rifiuta di morire. È il fragile filo d’oro che tiene insieme i pezzi di un mosaico distrutto, un filo che non cede, che non si spezza del tutto, neppure sotto il peso del disincanto. La distruzione delle speranze è un atto violento, un urto sordo che lascia cicatrici invisibili, ma non sempre irreparabili. Perché anche nel più profondo dei crepacci può insinuarsi un germoglio di luce, un accenno di rinascita. È il paradosso dell’esistenza: che nella distruzione si cela sempre una possibilità di ricostruzione, che sotto le macerie dei sogni infranti può germogliare il seme di una nuova speranza, fragile, imperfetta, ma autentica.Così, mentre le tue speranze giacciono spezzate ai tuoi piedi, non è solo la fine che si svela, ma anche un inizio, sottile come un respiro, discreto come un battito di ciglia. È la vita che insiste, che si fa strada attraverso le crepe, che riprende a scorrere dove meno te lo aspetti. È un atto di sfida silenzioso, un’affermazione di esistenza che si oppone alla fine. E forse, in questo, c’è una forma di speranza che va oltre la speranza stessa, che trascende il suo destino, e persiste, ostinatamente, come una luce fioca in una notte senza stelle.

«Maestitia» © Patrizia Riviera

Testo di Fabrizio Razzauti

L’immagine mostra una figura umana maschile, leggermente sfocata, in un contesto che evoca un’atmosfera surreale e misteriosa. La sfocatura e i toni in bianco e nero contribuiscono a creare un senso di movimento e indefinitezza, rendendo l’immagine quasi un’opera pittorica. L’utilizzo della sfocatura e i contrasti forti creano un’atmosfera onirica e inquietante. La figura centrale e i contorni indistinti, fanno apparire il soggetto quasi come un’ombra evanescente in un ambiente enigmatico. I confini tra soggetto e ambiente diventano fluidi e indistinti, creando un senso di vulnerabilità e transitorietà. L’uso del bianco e nero e l’alta grana dell’immagine, rendono la figura in movimento attraverso un’altra dimensione, quasi come un’ombra che si dissolve nel tempo.

Testo di Barbara Pierro

Un uomo cammina, ma non cammina; fluttua come un pensiero intrappolato tra il sonno e la veglia, come un ricordo che si dissolve ancor prima di essere afferrato. È figura sfuggente, evanescente, un’increspatura nell’oscurità che non svela, ma cela. Il suo volto è un’eco di volti perduti, un riflesso sfocato di identità sfibrate, inghiottite dalla marcia inesorabile del tempo. La linea che separa il suo corpo dallo spazio è una soglia impalpabile, un confine che esiste solo per essere varcato, cancellato, come l’inchiostro nero che si diffonde su una pagina bianca, sottraendo luce al giorno, senso al visibile.In questo movimento smorzato, in questo incedere incerto, c’è tutto il peso di un’esistenza mai del tutto presente, sempre sul punto di dileguarsi in un altrove che non si conosce, che non si sa. La sua maestà è quella dei naufragi silenziosi, dei sogni abortiti all’alba, delle storie mai raccontate. È un monumento all’effimero, una statua scolpita nel buio, il cui contorno si perde in una danza di ombre e luci spezzate. Nulla è definito, nulla è concreto; tutto è in uno stato di perpetua fluttuazione, un dialogo muto tra il visibile e l’invisibile, tra il presente e l’assenza.L’uomo, o ciò che resta di lui, è un enigma in movimento, una risposta inespressa ad una domanda mai posta. È l’antitesi dell’eroe, la negazione della forma, un corpo che esiste solo nell’atto del passaggio, nella sfumatura impercettibile tra un prima e un dopo che non troveranno mai un appiglio nel reale. Ogni passo è una caduta, ogni caduta un nuovo inizio, un ciclo eterno che non promette nulla se non il perpetuarsi della stessa fuga, dello stesso smarrimento.E così, nell’oscurità che lo avvolge, si compie il rito della sparizione, della resa all’indefinito. Ma in quella stessa sfocatura, in quella dissolvenza graduale, c’è una strana, inesplicabile bellezza. È la maestitia del disfacimento, la gloria di ciò che non sarà mai interamente posseduto. È l’uomo che cammina, senza lasciare traccia, senza voltarsi indietro, sospeso tra la memoria e l’oblio, in una notte che non conosce alba, ma solo la promessa di un altro passo, un altro respiro, un altro momento che sfugge, sempre un attimo prima di diventare eterno.

«Io sono un condannato a morte come Te» © Simona Viscioni

Testo di Vanni Pandolfi

All’interno di uno scenario metafisico una Donna sorregge e trasporta un Uomo stanco, senza forze, impossibilitato nel continuare il suo cammino, sul faticoso percorso della Vita. E’ il nostro destino, quello di essere condannati a morte, ma l’amore è sostegno, prendersi cura dell’altro, unione di forze e protezione, camminando insieme nella luce. E l’ombra sottostante le due figure testimonia la fusione in un unico essere, una nuova entità olistica che supera generi e differenze capace senza alcun dubbio di affrontare quel destino in maniera più tranquilla e sicura. 

Testo di Barbara Pierro

Il duetto delle ombre. Nel cuore del buio, dove la luce s’insinua appena, come un respiro di vita che sfiora il confine dell’eternità, Simona Viscioni cattura l’essenza di una lotta antica quanto il tempo. Due figure si stagliano, nude e vulnerabili, nell’ovale di luce che le accoglie come un palcoscenico sacro, un altare profano eretto all’effimero e al sublime. Sono guerrieri senza armi, amanti senza volto, anime legate da un destino comune: la condanna alla vita, la danza del vivere che è sempre sospesa sull’orlo del nulla.Il silenzio è il terzo protagonista, denso e palpabile, riempie l’aria con la sua presenza incombente. La luce, tagliente e crudele, ne delinea i contorni, enfatizzando ogni curva e muscolo, mentre l’ombra si espande sotto i loro piedi, come una voragine pronta a inghiottirli. E una scena di intima dualità, un intreccio tra il divino e l’umano, il chiaro e lo scuro, l’essere e l’apparire. Come marionette che sfidano i fili del loro burattinaio, le due figure sembrano gravitate in un abbraccio che è al contempo salvezza e condanna. Viscioni non ci racconta una storia, ma un mito riemerso dalle profondità dell’inconscio collettivo, un racconto che parla di noi, del nostro esserci, sospesi in una luce che è sempre destinata a svanire. “lo sono un condannato a morte come Te” è il grido muto di chi ha compreso l’inevitabile e vi danza sopra con una grazia dolente, l’elegia di un incontro che è destinato a perdersi nella penombra.In questo duetto senza tempo, non c’è vincitore né vinto, solo la perpetua tensione di corpi che si sollevano e si sorreggono, sfidando la gravità della propria esistenza. È il dramma del vivere, il gesto eroico del resistere, l’abbandono all’altro che è riflesso di sé. Ogni linea tracciata dalla luce, ogni segno inciso nell’ombra, ci ricorda la bellezza e la fragilità del nostro stare al mondo. La fotografia di Simona Viscioni è un inno all’umanità, nella sua nudità e nella sua imperfezione, un’opera che risuona come una preghiera laica, un sussurro che echeggia tra le navate dell’invisibile. Qui, nel ventre dell’oscurità, dove l’eco delle ombre narra storie senza voce, comprendiamo che siamo tutti condannati a una bellezza irripetibile, a un vivere che brucia, silenzioso e intenso, tra le braccia della luce e dell’ombra, tra la nascita e la morte.Imo plauso per la preziosa condivisione di foto, intensa, potente, vibrante, emozionante!!!

info e candidature per Extra Factory
Invia per WhatsApp