Alfonso Della Corte, giovane fotografo salernitano, nel corso dei suoi numerosi viaggi in Malawi ha collezionato una ricca serie di documenti e testimonianze che ha voluto raccogliere in un prezioso volume fotografico dal titolo “Africa Bianca – Il mio viaggio in Malawi”. Incuriosito dal fenomeno dell’albinismo in Africa, particolarmente frequente in alcuni stati quali il Malawi, Alfonso ha voluto documentarsi sull’argomento in modo approfondito, ma non si è limitato a verificare il fenomeno per raccontarlo: ha conosciuto circa un migliaio di persone albine, vissuto con loro, capito i meccanismi che si celano dietro le sofferenze alle quali sono esposte, è entrato nelle relazioni interne tra individui appartenenti alla stessa famiglia ed allo stesso villaggio per capire, vivere e sentire cosa voglia dire essere albini in quell’angolo di mondo. La volontà di Alfonso di contribuire alla causa degli albini africani, culminata con la pubblicazione di “Africa bianca”, è iniziata in quel momento, dal basso, con la distribuzione di pomate, creme e sapone per tamponare i danni alla loro pelle causati dal sole cocente. Attraversando a piedi e con mezzi di fortuna uno dei paesi più poveri del continente africano Alfonso ha stretto profonde amicizie, ascoltato storie e vissuto esperienze generalmente proibite per chi proviene dall’esterno del Paese. Ha toccato con mano il terrore nel quale vivono gli albini a causa della tratta che li vede vittime, alimentata da feroci credenze che attribuiscono loro poteri magici per i quali vengono rapiti e sezionati e che, in questo momento, sta conoscendo una drammatica recrudescenza. Alfonso ha voluto capire a fondo quanto e come questo fenomeno fosse vissuto dalla popolazione attraversando villaggi, scattando fotografie, raccogliendo testimonianze a volte molto crude, rischiando addirittura la vita, ma verificando altresì con quanto amore e senso di protezione gli sfortunati albini sono difesi e accuditi dai loro cari e da tutto il villaggio di appartenenza, scoprendo un’altra Africa che, come in ogni parte del mondo, ospita il buono e il cattivo, il male più atroce ed il bene più profondo. Lo scopo della pubblicazione del volume “Africa bianca – Il mio viaggio in Malawi” non intende fermarsi alla mera funzione divulgativa, ma vuole sensibilizzare l’opinione pubblica oltre ad essere aiuto concreto per gli albini d’Africa che, a causa della carenza di melanina nella loro epidermide, sono maggiormente esposti alle insidie del sole ed alle terribili malattie che esso causa. Parte dei proventi della vendita di “Africa bianca – Il mio viaggio in Malawi” saranno destinati all’acquisto di presidi medici per alleviare le condizioni degli albini africani che hanno nell’agricoltura la loro unica fonte di sostentamento la quale, al tempo stesso, li espone all’azione aggressiva del sole contro la quale non adottano alcun tipo di protezione. Anche le banali creme e protezioni solari sono infatti rare e molto costose a causa della disastrosa economia malawiana, lasciando i poveri sventurati alla mercé di una serie di gravi malattie, alcune di esse mortali, quali il melanoma. La prefazione del libro è a cura del dott. Michelangelo Bartolo, Comunità di Sant’Egidio, Segretario generale GHT (Global Health Telemedicine), la postfazione è della giornalista Benedetta Tintillini. “Africa bianca – Il mio viaggio in Malawi” è il racconto di un viaggio, testimonianza di vita, reportage giornalistico ed una profonda dichiarazione d’amore per una terra splendida quanto martoriata. Il volume è stato anche presentato a Papa Francesco, in occasione di una udienza pubblica, per sensibilizzare ulteriormente Sua Santità su quanto sta accadendo ogni giorno in Malawi.
Il reportage segue, con un percorso visuale, i flussi migratori dal Medio Oriente sino all’Europa. In particolar modo, nell’arco di sei anni, le fotografie raccontano le esperienze di curdi, arabi ed ezidi fuggiti dal Rojava, nord della Syria (Kurdistan in zona siriana), dal Kurdistan Iracheno (Iraq settentrionale) e dall’Iraq, sino alle porte della Croazia, nei Balcani, passando da Turchia e Grecia. Qua tra le tendopoli informali lungo la cosiddetta “rotta balcanica” le loro storie s’incontrano con quelle di altri migranti centroasiatici, tra racconti solidali ed autorganizzazione della vita quotidiana di un campo. Il viaggio visivo parte dalla città di Kobane, (Nord della Syria-Rojava) un mese dopo la sua liberazione da ISIS nel Marzo del 2015, passando poi per i territori liberati da ISIS nel nord dell’Iraq tra 2016 e 2017, sconfinando poi nel Bakur Kurdistan (Kurdistan settentrionale – Sud est della Turchia) tra le tendopoli di Suruç e Viranşehir autogestite da curdi, arabi ed ezidi. Il percorso continua nella tendopoli informale di Idomeni, al confine con la Repubblica di Macedonia, dove più di 10.000 migranti hanno vissuto per svariati mesi, bloccati dalla chiusura coatta del confine macedone. La narrazione visiva segue poi l´apertura nel 2019 d´una “seconda rotta balcanica” tra Bosnia Hercegovina e Croazia, alternativa alla via greco-turca, ormai impossibile da praticare per gli accordi tra Turchia ed Unione Europea messi in atto tra 2017 e 2018 sul blocco dei flussi verso l’Europa. In questi contesti si cerca di raccontare i flussi mediante ciò che le persone stesse hanno visto davanti ai loro occhi, la solidarietà incontrata e le difficoltà quotidiane attraversate, focalizzandosi ad esempio su storie particolari come quelle della numerosa comunità ezida, tristemente nota per il massacro subito per mano dell’ISIS che nel 2014 uccise 5000 ezidi rapendo migliaia di donne vendute poi come schiave nel mercato sessuale di Raqqa e Mosul. Storie di migliaia di persone provenienti da tutto il Medio Oriente e dall’Asia Centrale, in fuga da condizioni di oppressione e guerra che, dopo estenuanti fatiche, si sono trovate a doversi scontrare continuamente con i muri innalzati dalla Fortezza Europa, ritrovando fili spinati, carri armati, militarismo e violenze.
Giacomo Sini, nato in Italia nel 1989. Si è laureato in scienze sociali presso l’Università di Pisa nel gennaio 2014. Giacomo, durante gli studi, ha trascorso alcuni anni della sua vita viaggiando tra Europa, Asia Centrale, Medio Oriente, Balcani, Nord Africa e Caucaso, toccando alcune zone attraversate oggi come in passato da numerosi conflitti. Paesi come Afghanistan, Iraq, Kosovo, Palestina, Georgia, Ucraina, Libano, Kurdistan e Siria hanno lasciato il segno nella sua personalità.Le situazioni osservate e le storie attraversate dai suoi percorsi, crescono l’ispirazione in Giacomo che inizia ad arricchire la sua passione per il fotogiornalismo e lo storytelling-writing, focalizzando la sua attenzione sui ricordi della vita delle persone incontrate in diverse situazioni sociali.Giacomo è rimasto colpito dalla determinazione delle persone in Medio Oriente verso cui ha sviluppato un amore profondo che lo ha portato negli anni a recarvici spesso e viverci per brevi periodi, realizzando sul campo diversi reportages.Nel 2015 ha partecipato al master in “Fotogiornalismo contemporaneo presso” Officine Fotografiche Roma “dove è stato scelto per esporre il suo lavoro su Kobane e i rifugiati curdi alla mostra nazionale di Fotoleggendo 2015. Oggi Giacomo si concentra principalmente sulla questione dei migranti, sulle minoranze etniche e scatta e scrive storie in aree di conflitto e post conflitto.Ora Giacomo collabora con alcuni giornali e riviste italiani e internazionali come inviato dall’Italia, dal sud dell’Europa e dal Medio Oriente.I suoi lavori sono stati pubblicati tra gli altri su: Al Jazeera, The Guardian, Der Spiegel, Stern Magazine, Taz, Die Zeit, Freitag, EL Pais, National Geographic, L’Express, Mediapart, Humanité Dimanche, Neuen Zürcher Zeitung, Knack, Mondiaal Nieuws, Vice Magazine, The Week, Il Manifesto, Left, Il Fatto Quotidiano (FQ Millennium), Internazionale, Repubblica, Il Corriere del Ticino, HBL, Trouw, Kansan Uutiset, News, The Progressive, The Week, The National, New Internationalist.Adesso Giacomo vive a Livorno, (Italia) ma a volte si trasferisce in Medio Oriente. https://www.giacomosini.com
Giacomo Sini, born in Italy on 1989. He graduated in social sciences at the University of Pisa on January 2014. Giacomo, while studing, has spent some years of his life traveling between Europe, Central Asia, Middle East, Near East, Balkans, North Africa and the Caucasus, touching some areas crossed today as in the past, by numerous conflicts. Countries such as Afghanistan, Iraq, Kosovo, Palestine, Georgia, Ukraine, Lebanon, Kurdistan and Syria left their mark on his personality. Between 2011-2015, thanks to some travels around Near east, he took the decision to going on the boundery lines bewteen Syria and neighboring countries, analyzing for his first time the conflict from fugitives and locals’ point of view. In these last travels he also shared some stories with the Kurdish community. Particularly he followed the siege of Kobane city on 2014 with its consequences regarding the refugees situation in Kurdish territories inside Turkey. In March 2015 he entered inside Kobane,Rojava (Northern Syria) right one month after its complete liberation from ISIS and follow the war against ISIS on its southern front for some days. The situations observed and stories crossed by his paths, grow inspiration in Giacomo that begun to enrich his passion for photojournalism and storytelling-writing, focusing his attention on the memories of people’ life met in some different social situations. Today his main focused on migrants issue and post conflict/conflict areas. Giacomo has been impressed by the determination of people in Middle East to whome has developed a deep love which now lead him to go there more often for accomplish some works. In 2015 has taken part in the master in “Contemporary Photojournalism at “Officine Fotografiche Roma”. Here he was chosen to expose his reportage about Kobane and Kurdish refugees at the national exhibition of Fotoleggendo 2015. Now Giacomo collaborates with some Italian and Internaional Newspapers and Magazine as a contributor from Italy, Balkans and Middle East. His works have been published in National Geographic, L’ Express, Mediapart, Humanité Dimanche, Neon Stern Magazine, Taz, Die Zeit, Neuen Zürcher Zeitung, Knack, Mondiaal Nieuws,Vice Magazine, The Week, El Pais, HBL, Trouw, Il Manifesto, Internazionale, Repubblica, Il Corriere Del Ticino, Kansan Uutiset, News,The Progressive, The Week, The National, New Internationalist, Al Jazeera, The Guardian Now Giacomo is living in Livorno, (Italy) but he sometimes moves to Middle East.
Angelo Giordano, artista che ama confrontarsi con gli “ismi” del XXI secolo, ha studiato Jung con riguardo e attenzione e non è da escludere qualche premeditazione teoretica anche nella sua vertigine di homo faber. Egli infatti giunge a proporre immagini di ineluttabile introspezione quasi a voler dare dimostrazione concreta e insieme simbolica, all’enunciato junghiano per il quale inconscio personale e inconscio collettivo possono ben manifestarsi attraverso l’oggetto in cui si attua la sintesi dialettica fra conoscenza e intuizione: l’opera d’arte.
Non deve dunque stupire che questo giovane e valente artista campano, sottenda nei titoli delle proprie opere – specie in quelle di recente produzione passate peraltro al setaccio della severa commissione di un contest di pittura – il significato di “archetipo”, quasi a sottolineare che l’esito della sua ricerca conduce a una verità primordiale, rispetto alla quale le infinite, parziali, contingenti verità della cronaca contemporanea e della storia altro non sono che manifestazioni simboliche, momenti di inappellabile dialettica fra natura e cultura.
L’immagine d’arte intesa come archetipo non è una verità ma una finzione scenica, ed è per questa ragione che le opere di Angelo Giordano hanno un loro intangibile carattere misterico. Intendere l’opera come finzione scenica significa – in atto – non chiudere la sintesi, non irrigidire i poli della dialettica, ma creare immagini che possono suggerire una processualità infinita dell’essere e del fare. È proprio l’intento d’infrangere i limiti delle convenzioni linguistiche che conduce l’artista a quella sorta di epifania espressiva nella quale rifluiscono i modi del caos figurativo, quanto le perversioni della critica del Secondo Novecento – quasi ad abiurarne gli esiti fino ad allora manifesti – avevano in qualche modo relegato la rappresentazione del corpo umano a pittura di genere, a vantaggio della moda dell’informale. Ed è propio in questo contesto “teatrale” che le opere di Angelo Giordano, impregnate di una grande Napoletanità guardano ad un vero e proprio “Barocco Metropolitano”.
Un figurativismo in cui, come nella musica antica Barocca, ogni “nota ed ogni affetto hanno un suo significato e peso specifico”. Ogni pennellata, ogni linea tenta di rievocare lo stretto legame tra musica e pittura, come un’armonia musicale fatta di linee e cromie.
FLORIANA GEROSA nasce a Milano dove compie studi umanistici. Si diploma in Grafica Pubblicitaria a Firenze . Frequenta gli studi di vari scultori prima a Milano poi a Carrara e a Livorno l’Atelier delle Arti sotto la guida del Maestro Luca Bellandi, arricchendo il suo percorso artistico anche con la pittura. Partecipa a mostre personali e collettive di scultura e di pittura (Livorno, Certaldo, Bologna, Venezia, Barcellona, Piacenza, Milano, Parigi e Firenze). Il Comune di Livorno ha scelto una sua opera e un suo quadro per i manifesti contro la violenza alle donne e per la Festa della Donna nel 2009 e nel 2012. La provincia di Livorno ha assegnato il primo premio ad una sua scultura del Concorso Premio Arte Donna. Fa parte dell’Associazione Scultori di Pietrasanta “Asart“. Vive e lavora a Livorno.
MARTINA TAMBERI nasce a Livorno il 16 marzo 1997. La sua curiosità verso le varie forme di arte, l’ha condotta ad una ricerca artistica interdisciplinare che spazia dalla pittura alla body art, alla fotografia, alla musica, alla video art e all’arte performativa. L’artista si è posta l’obiettivo di suscitare una riflessione sul carattere universale dei concetti di emotività, parità sociale, appartenenza e attaccamento alle origini, attraverso un connubio di tecniche tradizionali legate al mondo pittorico, come l’antica preparazione fiorentina delle tele e dei colori e di tecniche contemporanee, approcciandosi sperimentalmente all’arte dei New Media. Seppur giovanissima ha già esposto a Genova (Palazzo Saluzzo, Palazzo Ducale e al Museo del Mare), a Ferrara (Palazzo Crema e Palazzo Scroffa), a Venezia (Galleria ItinerArte e Palazzo Zenobio), a Milano (Galleria degli Artisti) e a San Baronto (PT) (residenza Sangiorgi-Feddern).
In concomitanza della mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, la galleria EXTRA Factory presenta dodici tele del progetto fotografico di Fabrizio Razzauti, nato nel 2014 per celebrare i 130 anni del grande maestro livornese. I ritratti, uno straordinario connubio tra i fiamminghi e le forme di Modì, vengono proposte per la prima volta in una galleria d’arte e per la prima volta nelle grandi dimensioni di 75x100cm. Tra le dodici immagini, saranno presenti anche le tre vincenti dell’ambìto premio fotografico Truciolo d’Oro, che il fotografo livornese si aggiudicò sorprendentemente proprio nel 2014. Il titolo della mostra “il segno dei conflitti e delle pacificazioni” dalla recensione di Silvano Bicocchi (Direttore del Dipartimento Cultura della FIAF) è legato proprio a quelle deformazioni fisiognomiche che tendono a evidenziare aspetti fisici o caratteriali che nella realtà sono solo lievemente percepibili nelle persone e che diventano proprio il segno dei conflitti e delle pacificazioni, appunto, che animano il mondo interiore della persona ritratta. Come nei quadri di Modigliani, Razzauti, dando un tono caricaturale e stigmatico alle sue immagini ci rivela dei tratti nascosti del soggetto e contemporaneamente, con la stranezza delle sue icone, rappresenta l’impenetrabile alterità delle persone che si sono offerte al suo obiettivo e soprattutto al suo intento creativo. EXTRA, nel periodo di questa mostra, diventerà anche Factory vera e propria, sarà possibile infatti, avere il proprio “Dedotar” (un primo piano fotografico stilizzato alla maniera di Modigliani) oppure avere su appuntamento, il ritratto classico “modiglianizzato” firmato Razzauti.
Questo sito utilizza i cookie al fine di offrire un servizio di navigazione migliore ai visitatori. Proseguendo con la navigazione l'utente presterà il consenso all'uso del cookie. Per ulteriori informazioni o per negare il consenso, si veda l'apposita informativa cookie. Cookie settingsACCETTA
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these cookies, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may have an effect on your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.